The Bogeyman (parte 3)

Posted by vex on Tuesday, February 7. 2012 in Mind Vacancies

Dio che palle! Non ostante mi fossi imposto di risparmiarmi in questo spazio prologhi, premesse, postille, prolegomeni e varie seghe mentali di secondo livello ... mi trovo costretto a un piccolo disclaimer: "la lettura delle seguenti righe è consigliata ad un pubblico di soli disincantati".
Sono fortemente convinto che riversare sugli altri la responsabilità di eventi che ci competono sia uno dei peggiori torti che si possa fare a se stessi. E ciò nondimeno esistono un sacco di situazioni in cui, in preda ai propri limiti caratteriali, si finisce inesorabilmente per farlo.
Il problema, quello vero secondo me, è che ci si ritrova senza preavviso (e senza puntualmente esserne preparati) a dover affrontare situazioni che ci destabilizzano, ci portano a dimenticare di avere un raziocinio, una capacità di giudizio ... o anche semplicemente la facoltà di disporre i fatti (e le loro logiche conseguenze) uno in fila all'altro.
A dispetto delle premesse, questo non vuole essere un elogio della razionalità o delle manie di controllo sopra tutto. In effetti, mi riferisco semplicemente a quelle situazioni ordinarie che ognuno, per banale offuscamento, non è in grado di gestire ... salvo poi ritrovarsi a piangersi addosso, non appena ritrovato un briciolo di lucidità, per non aver fatto quel minimo indispensabile per ... "risolverle e basta".
Ora ... per quanto mi riguarda ... l'alcool aiuta.
Ecco. L'ho detto.
Disinibisce ... permette di distaccarsi da tutti i cosiddetti freni inibitori, e in quel senso favorisce la lucidità di pensiero.
Ma si, perché diciamocelo, quando si pensa ai freni inibitori subito ci si immagina quelle comuni regole di buonsenso che impediscono di farsi arrestare per atti osceni in luogo pubblico, o anche solo di dire alle persone quello che queste potrebbero ritenere sgradevole.
Anche tralasciando il fatto che a volte il dire cose potenzialmente sgradite non è necessariamente un male, si tende sempre a dimenticare che i succitati "freni inibitori" possono anche essere quei figli illegittimi di tutti i condizionamenti culturali che ci portano ad essere troppo precisi, troppo puntuali, troppo pedanti, ... , o anche solo e semplicemente troppo legati ai comportamenti degli altri, quasi dovessimo sempre esserne compartecipi, se non addirittura responsabili.
E basta!
Evento ... reazione. Punto. Senza stare tanto a pensare a chissà cosa ci può stare dietro.
Barattiamo una sega mentale con una birra.
Fine.
Spunti di riflessione.
Vabbé, quest'ultimo era un evidente scarico di responsabilità.
Ma tanto ce lo eravamo concessi.
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Situazioni "complicate"

Posted by vex on Monday, January 30. 2012 in Mind Vacancies

Capisco che ogni periodo abbia le proprie mode (se no sai che panico serpeggerebbe fra tutti i vari venditori di fuffa emozionale!), però oggettivamente bisogna ammettere che ce ne sono alcune più insensate di altre. In particolare sto pensando alla tendenza tutta moderna di far apparire ogni cosa che ci riguarda come difficile, complessa ... o qualsiasi altro aggettivo che sottolinei la quantità infinita di impegno e risorse necessarie per il prosieguo della propria vita.
Io ricordo ancora con tenerezza i tempi in cui gli uomini si vantavano di soldi, auto, prestazioni fisiche di vario genere ... e le donne di soldi, auto, e prestazioni fisiche di vario genere (tipicamente di qualcun altro), e comunque forte punto d'orgoglio per entrambi era spiattellare in faccia al malcapitato interlocutore quanto fosse semplice e ovvio (dovuto loro, direi) avere e gestire il tutto.
E invece oggi con chiunque si parli e di qualunque cosa si parli, la risposta è sempre la stessa: "Guarda, non hai idea ... in questo periodo sono veramente incasinato". Nella migliore delle ipotesi (ma devi proprio beccare la persona con una abbronzatura da mari tropicali e sulla porta di una palestra): "Insomma, sono stanco morto, ma abbastanza bene". A volte mi stupisco di come il genere umano non si sia estinto per esaurimento.
Comunque la verità è che non è nemmeno questo a lasciarmi più perplesso, quanto la sua trasposizione nella vita sentimentale. Persino Facebook (quindi ora indiscutibilmente esiste) ha sancito l'esistenza dello status di "complicato" nei rapporti di coppia.
Onestamente non credo che la cosa sia tanto "complicata". Anzi, è semplicissima: se due persone vogliono star insieme ci stanno. Non c'è niente di complicato. Secondo me "complicato" (ammesso che significhi davvero qualcosa) significa solo "io voglio una cosa diversa da quella che vuole l'altra metà del problema".
Posso capire che status come "Mi chiama solo quando deve spostare un armadio" o "Mentre si riabbottona i pantaloni non si ricorda nemmeno il mio nome" possano apparire meno misteriosi, però penso che per contro questa invasione indiscriminata di complessità stia iniziando ad assumere toni ridicoli.
Beh, certo, tutto questo contribuisce a far sentire ognuno particolare, diverso, speciale ... però alla fine basterebbe una rapida occhiata a un libro di statistica per capire che essendo venuti al mondo preceduti da qualche decina di miliardi di consimili, è un po' difficile essere o fare qualcosa che non sia già stato fatto o vissuto almeno altre centinaia di milioni di volte.
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La Verità

Posted by vex on Friday, January 6. 2012 in Mind Vacancies

La verità è discreta. Ti sorprende a caso, con l'aspetto di un'idea, in un momento in cui non hai nemmeno la consapevolezza necessaria per capire di cosa si sta parlando. E poi anni dopo riaffiora ... e allora dai un senso e una forma a quello che fino a poco prima non era altro che un ricordo vago, che non sapevi nemmeno bene perché ti fosse rimasto impresso.
La verità è presuntuosa, ha occhi neri e penetranti, si radica in parti improbabili della mente e non ti abbandona, come fosse lei stessa a sapere al posto tuo quanto ne hai bisogno.
La verità è conferma, ogni volta si presenta con un vestito diverso, ma questo non ti impedisce di riconoscerla ... e di accoglierla con sorriso complice.
La verità è una bizzarra commistione di razionalità ed emozioni. E' il punto in cui queste si incontrano, ed entrambe trovano la loro giusta collocazione.
La verità è assoluta nel suo essere relativa e relativa nel suo essere assoluta. Ti calza perfettamente addosso come un abito su misura la prima volta che lo provi.
La verità non ha tempo. E se tu la realizzi in un momento piuttosto che in un altro è solo perché sei tu ad averlo.
Non è mai una forzatura, non è nemmeno qualcosa che tu debba impegnarti a capire o che ti chieda di modificare il tuo modo di essere. La verità non è gelosa, non ti limita nelle tue scelte e non fa mai scenate nel momento in cui le vostre strade si allontanano. Ha la serenità che può nascere solo dalla certezza che prima o poi vi rincontrerete ... e sa che da quel momento ci sarà sempre un posto per lei nella tua vita.
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Repetita iuvant

Posted by vex on Monday, December 19. 2011 in Mind Vacancies

Qualche tempo fa leggevo uno di quei libri sull'autoconsapevolezza, la ricerca interiore, l'identificazione delle proprie motivazioni e altre varie amenità tutte in bella posta con il chiaro intento di agevolare la svolta definitiva della propria vita. Per la verità, volendo accantonare un istante il solito cinismo da uomo navigato, neppure male ... o quantomeno con una ragionevole base di sano buon senso. Ma non è nemmeno tanto quello ad avermi colpito.
Ripensandoci a posteriori ... anzi, diciamola tutta ... facendo gli immancabili annessi esercizi rafforzatori, riflettevo su quanto a volte la mente sia poco efficace nella gestione di se stessa. Ma sì ... nel senso che, per quanto un testo del genere possa dare spunti anche stupefacenti, la maggior parte delle cose che vi si trovano (e che, anzi, spesso sono quelle che hanno poi maggiore presa alla fine del "percorso di crescita") sono le stesse cose sulle quali si è riflettuto centinaia di volte o che ci si è riproposti di mettere in pratica almeno altrettante.
Oserò di più ... al termine della lettura si ha la tendenza a valutare tanto migliore un trattato simile quanto maggiori sono stati i riscontri trovati col nostro sentire pregresso.
Secondo me la domanda sorge spontanea: perché una persona ha così tanto bisogno di sentirsi dire le cose che già sa prima di decidere di essere veramente motivato da poter intraprendere un cammino evolutivo personale?
Di risposte possibili me ne vengono in mente diverse ... dalla sicurezza che si acquisisce nel trovare conferme esterne, a qualcosa che suona più come: "ognuno si evolve di continuo indipendentemente da tutto, ma una formalizzazione scritta (o letta) ne richiede anche una verbale nel proprio percorso, ed ecco che arriva la 'decisione' di cambiare"... ma nessuna di queste mi soddisfa veramente.
Per carità, è un ambito complesso, andrebbe trattato caso per caso, generalizzarvi sopra porta quasi solo a sterili speculazioni intellettuali (del resto .. qui ... ), però credo che in fondo questo particolare limite faccia un po' da spartiacque fra le diverse tipologie di persone, identificando una (piccola?) casta di eletti che per contro sono in grado di elaborare internamente i propri stimoli e gestirne le conseguenti esigenze in modo autonomo, senza dover necessariamente dipendere da alcuna forma di riscontro da parte di terzi. Fortune ....
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Legge di penetrazione comunicativa

Posted by vex on Wednesday, December 14. 2011 in Mind Vacancies

Se qualcuno ti dice una cosa una volta è per fare conversazione.
Se te la ripete due volte è perché ne è convinto.
Se te la ripete tre volte è perché sta cercando di convincerti.
Se te la ripete quattro volte è perché sta cercando di convincere se stesso.
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Le pieghe della società

Posted by vex on Tuesday, November 29. 2011 in Mind Vacancies

Attingendo (fors'anche con un po' di abuso) dal meraviglioso linguaggio della matematica, direi che ogni persona è il risultato di se stesso più le proprie condizioni al contorno. Indole ed esperienze, per farla breve ... e semplificando fino all'eccesso, la somma di questi due elementi da origine ad un determinato individuo in un determinato momento. Concentrandosi per un istante sul secondo "addendo" nell'equazione, ciò che questo si porta in dote nel suo prendere parte al processo di crescita è un intricato groviglio di effetti, motivazioni, spinte evolutive, informazioni più o meno strutturate ed infine (anche se io direi soprattutto) condizionamenti.
Quello che ritengo ci caratterizzi profondamente, è che la maggior parte delle persone cresce sulla base di un modello di società ben chiaro e definito, circondato da figure che profondono un sacco di tempo ed energie nel trasmettere/inculcare una precisa weltanschauung, fatta di cose che si fanno e cose che non si fanno, scelte che competono e scelte che figuriamoci se hanno un senso, regole indiscutibili e modus operandi che fanno sì che per andare da un punto ad un altro la strada sia sempre predeterminata aldilà dell'ovvio.
Ma il bello di ogni sistema oltre un determinato grado di complessità è che nel corso dell'evoluzione è lui stesso a fornire gli strumenti per determinarne le inconsistenze e le incoerenze ... e così un bel giorno uno inciampa in una piega di quella società che era sempre stata considerata piana, lineare e senza increspature.
Ciò che avviene dopo dipende molto (ovviamente) dalle reazioni, ma quello che secondo me è certo è che se si decide di dar retta alla curiosità, alla contingenza o a dubbi che magari già brontolavano da qualche parte nella testa, i risultati possono essere interessanti quanto imprevedibili ... E se uno poi fa il passo successivo, ossia decide di approfondire la questione, magari fino a superare anche i "confini di se stesso", può veramente scoprire un mondo ... Un mondo in cui le proprie regole non solo non valgono, ma non hanno alcun senso, un mondo anche discretamente popolato, fatto di persone perfettamente incastrate in una o più di queste pieghe, invisibili ad ogni sguardo superficiale, con straordinarie capacità di mimetizzazione e una abilità nel divincolarsi e scivolare via che farebbe invidia a specie ben meglio fisiologicamente predisposte...
E allora questo "uno" che fa? ... Beh, questo non è importante. O quantomeno non è importante cosa decida di fare o (più probabilmente) cosa pensi di aver deciso di fare ...
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Desideri

Posted by vex on Wednesday, November 23. 2011 in Mind Vacancies

Vorrei avere il potere di volare sotto i radar. Vorrei dedicare una giornata intera a dire a tutti quelli che incontro: "vabbé, se non c'è altro....". Vorrei arrivare a 120 anni solo per fare sesso con una ventenne e mettere pace in un secolo di storia. Vorrei entrare in una cabina elettorale ed uscire da un'altra. Vorrei essere rapito dagli alieni ... di nuovo. Vorrei aprire una finestra, e non solo perché qualcuno, da qualche parte, ha chiuso una porta. Vorrei che qualcuno mi dicesse perché la mattina dopo è sempre tutto diverso. Vorrei fotografare il momento esatto in cui le cose cambiano. Vorrei saper lanciare stelle di mare come fanno i pesci ninja. Vorrei trovare un fungo enorme ... e trasferirmici. Vorrei guardare lontano senza l'ingombro di tutto quello che sta nel mezzo. Vorrei sembrare forte. Vorrei non essere così attratto dalla gravità delle situazioni. Vorrei simulare un'esistenza. Vorrei invadere la Svizzera. Vorrei amare il calcio almeno quanto amo il magnesio. Vorrei riuscire a dire tutte le lettere dell'alfabeto in ordine senza ripeterne o saltarne nessuna ... e vorrei che questa parola significasse qualcosa. Vorrei cambiare abito mentale ogni giorno. Vorrei ricredermi anche se in fondo non mi sono mai veramente creduto. Vorrei capire. Vorrei simpatizzare. Vorrei che per una volta l'assassino non fosse il maggiordomo.
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Paradossi temporali

Posted by vex on Friday, November 18. 2011 in Mind Vacancies

Ricordo diverse occasioni in tenera età ("da piccolo", per intenderci) in cui ho fatto pensieri del tipo "questo lo devo fare adesso perché poi ...", piuttosto che "certo che se aspetto ancora, poi ...". Non ricordo nemmeno le occasioni specifiche (o magari si, ma nulla che meriti di essere dettagliato), però mi è rimasta impressa l'idea di fondo che le ha accomunate, ossia questo pensiero puntuale che da lì a poco dovesse succedere qualcosa di ineluttabile per cui tutto quanto avrebbe perso di significato. Oggi è diverso. Non che voglia paragonare la percezione della realtà che può avere un ottenne con quella che può avere un sufficientemente-di-più-perché-il-discorso-abbia-un-senso-enne ... quello che intendo è che ad una prima analisi uno si aspetterebbe un approccio opposto: sono piccolo, non ho ancora preso confidenza con il passare del tempo, crescere è un concetto astratto, invecchiare ... pfff... , quindi mi sembra di non avere limiti in quel senso; sono grande, (vabbé escludo che ci siano ottenni fra i lettori, per cui lascio a ciascuno il piacere di integrare questa parte), quindi mi faccio condizionare dal tempo.
E invece? ... Sarà la mente che si espande e assume elasticità come un muscolo a botte di vita vissuta? Chi può dirlo ... magari sono sono gli effetti collaterali della consapevolezza ... o una forma di reazione dell'individuo al tempo che passa veramente.
Non lo so, però sono contento che le cose stiano così. In effetti trovavo veramente limitante l'idea di non poter essere rapito da una società segreta che avrebbe fatto di me una perfetta macchina da guerra per il semplice fatto che (calendario alla mano) la cosa non sarebbe oggettivamente potuta succedere entro il compimento del decimo anno di età.
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La presa della Bastiglia

Posted by vex on Thursday, July 14. 2011 in Mind Vacancies

Ognuno ha la propria Bastiglia, e io (tanto per cambiare) non faccio eccezione. Per la verità è assai probabile che ve ne sia ben più d'una nella vita di ciascuno, ma l'unicità di qualcosa ne aumenta sempre il senso scenico ... per cui ritorno alla posizione iniziale. Ognuno ha la propria Bastiglia.
Io l'ho appena conquistata.
Il momento in cui si realizza di essersi svincolati da un abito mentale che ci ha (beh, "costretti" è eccessivo) ... caratterizzati per tutta la vita, anche solo limitatamente a uno specifico contesto, è inebriante.
Riemergono alla memoria infinite occasioni in cui questa cosa ha fatto capolino in un discorso, in un pensiero, in una decisione, in un consiglio dato ... persino in un consiglio ricevuto (o nella sua metabolizzazione) influenzandoli tutti, e ci si sente cambiati.
Noi passiamo un sacco di tempo con noi stessi, quantità variabile a seconda delle personalità fra cui ci si suddivide ... ma comunque sia, abbastanza, tanto da non riuscire a percepire i nostri cambiamenti. Non ci vediamo ingrassare o dimagrire, crescere o invecchiare ... e nello stesso modo sono molto rare le occasioni di confronto diretto con noi stessi in cui ci si percepisce veramente diversi rispetto a poco prima. Beh, secondo me queste occasioni andrebbero scolpite a fuoco nella mente, o meglio, infilate in una teca intarsiata con la scritta "rompere in caso di eccessiva propensione al pensiero assoluto".
Ma non divaghiamo troppo.
Una cosa che trovo interessante e frustrante nel contempo è come si finisca sempre per "inciampare" in determinate conquiste. Si lo so, la lenta evoluzione, il continuo cambiamento, l'improvvisa occasione, lo scalino e il salto inaspettato ... la teoria mi è chiara. Quello che mi colpisce piuttosto è come la mente non viva affatto un senso di continuità con il proprio passato. Fatta la scelta, cambiata la prospettiva. Punto. Ed ecco lo scorrere dei suddetti discorsi, pensieri, consigli, etc. e la loro conseguente immediata revisione storica.
Comunque sia sono contento. Non mi capita spesso di ammetterlo con me stesso (purtroppo), ma è così. C'è solo un unico problema qui: adesso ... o si trova un'altra Bastiglia (non necessariamente da conquistare ... giusto così come compagnia) ... o è un po' come ammettere con se stessi che si è fatto qualcosa per l'ultima volta.
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Vorrei qualcosa di cui essere stanco...

Posted by vex on Monday, June 13. 2011 in Mind Vacancies

Sembra strano ma è proprio così. Oggi vorrei qualcosa di cui essere stanco. Si perché stancarsi presuppone di aver investito tempo ed energie. Stancarsi presuppone un impegno, un coinvolgimento. Stancarsi forse alla fine non è altro che la naturale conseguenza del fatto che le cose che ci stanno intorno, e che ci toccano, non seguono l'iter che noi vorremmo. In buona sostanza stancarsi implica che c'è stato un momento in cui si è stati partecipi di qualcosa.
Non sono qui a cercare di convincere (nemmeno me stesso) del fatto che i lavori in corso sotto casa che ti spaccano il cervello in una mattina di ferie dopo una serata che ha lasciato i suoi segni, e che magari vanno avanti fino al pomeriggio inoltrato facendoti maledire l'universo mondo, portino in sé barlumi di gioia intrinseca. No. Esistono situazioni di cui si ha tutto il diritto di essere "stanchi e basta" ... ma come ben si sa, ogni regola ha le proprie eccezioni.
Cionondimeno, io rimango della mia idea.
Oggi vorrei qualcosa di cui essere stanco, vorrei qualcosa di cui essere deluso, vorrei qualcosa in cui aver profuso fallimentari energie, riposto vane speranze, su cui aver perso coinvolgenti scommesse ... almeno significherebbe che tutto questo in qualche modo è successo.
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